Nel mondo del cinema, così come in ogni altro campo umano, ci sono sempre state e continuano ad esserci molte forme di discriminazione: per sesso, età, etnia, orientamento sessuale, etc. Se il fatto che Rock Hudson ebbe successo solo tenendo segreta la sua omosessualità può sembrarci oggi faccenda di un’epoca remota, un brillante prosieguo di carriera per le attrici ultraquarantenni è invece cosa recente e ancora non del tutto scontata. Così come non è affatto scontato che a recitare ruoli LGBTQIA+ siano effettivamente chiamate persone appartenenti alla comunità (esiste più di una pellicola in cui, ad esempio, il ruolo di donna transessuale è stato affidato a maschi cishet. Per quanto eccellenti nel calarsi nel personaggio, è evidente il problema culturale sotteso alla scelta). Idem dicasi per parti di persone disabili (vedi ad es. la nostrana fiction “Blanca”, in cui la protagonista cieca viene impersonata da un’attrice vedente), così come sono sempre in minoranza i ruoli affidati a persone BIPOC – Black, Indigenous, and People of Color” (Nero, Indigeno e Persone di Colore), davanti e dietro la macchina da presa, e quando vengono loro affidati, il compenso è quasi sempre inferiore rispetto a quello delle persone bianche. Viola Davis, pur facendo parte della ristretta cerchia di artiste e artisti che hanno conseguito l’EGOT (Emmy, Grammy, Oscar, Tony Award), ha denunciato pubblicamente il fatto di guadagnare dieci volte meno di colleghe caucasiche meno premiate di lei.
Per contrastare un panorama così palesemente viziato da disparità, nel 2016 Stacy L.Smith, docente all’università di giornalismo USC Annenberg in California, ha elaborato insieme al suo team la cd inclusion rider, letteralmente “clausola di inclusione”, ossia un articolo che ə professionistə dell’industria cinematografica possono far inserire nei loro contratti per garantire inclusività e diversità nei progetti in cui lavorano. In questo modo la produzione è tenuta ad assumere lavoranti appartenenti a categorie sottorappresentate sia nel cast sia soprattutto nella troupe e nei ruoli tecnici come montaggio, cgi, etc. Lo scopo immediato è chiaramente quello di favorire le pari opportunità nel settore, ma il traguardo più a lungo termine è portare le grandi case di produzione a operare con maggiore responsabilità sociale.
Inclusion rider e pratiche affini, infatti, stanno avendo impatti concreti sul mondo dell’audiovisivo. Alcuni esempi di seguito.
- Nel 2016, lo Swedish Film Institute ha presentato al Festival di Cannes l’iniziativa 5050×2020, con la quale si è prefisso di portare la parità di genere nelle produzioni svedesi entro il 2020: attraverso l’equa distribuzione dei finanziamenti, si è raggiunto l’obiettivo già nel 2014 ed entro il 2018 il numero di riconoscimenti vinti da donne e quelli vinti da uomini nei vari premi cinematografici nazionali è diventato pari. Dimostrazione che le donne prima non erano meno brave, ma solo sottorappresentate. A seguire si sono uniti all’iniziativa paesi come UK, Irlanda, Canada, Australia.
- Diversi festival internazionali, sulla scia di queste iniziative, hanno cominciato ad adeguarsi. Nel 2018 la Biennale di Venezia, che gestisce la Mostra del Cinema di Venezia, ha sottoscritto una Carta per la parità e l’inclusione. Nello stesso anno Cannes ha promesso di tenere statistiche sul genere delle persone impiegate nei cast e nelle troupe, di migliorare la trasparenza nei processi selettivi e di impegnarsi per la parità nel proprio organigramma. Impegni simili sono stati presi a ruota dai festival di Annecy, Locarno, Sarajevo, San Sebastian, Amsterdam, Roma, Berlino, Göteborg.
- I Grammy Awards hanno dichiarato l’impiego dell’inclusion rider a partire dal 2022, mentre colossi come Netflix e Warner Bros hanno introdotto simili clausole nelle loro produzioni originali.
Da notare anche che in ambiti correlati come i festival musicali ci si sta muovendo nella stessa direzione, con istituzioni come la britannica Musicians’ Union che ha stilato un access rider per coinvolgere artistə disabili nelle rassegne.
L’impiego di questi strumenti da parte di realtà strutturate ha una sensibile ricaduta nel mondo reale, creando un circolo virtuoso: giurie e comitati di selezione composti di persone appartenenti a tante categorie diverse permettono la riduzione dei bias di giudizio e di conseguenza la maggior inclusione di minoranze e temi sociali importanti nei film proposti. Spesso all’interno di premi e festival vengono aperte sezioni dedicate a categorie under represented, vengono allestiti workshop, incubatori, residenze d’artista. Si crea lo spazio apposito, con l’obiettivo finale che diventi superfluo quando sarà raggiunta una rappresentatività che sia, un domani, equa ed equilibrata tra tuttə.
La criticità maggiore in questi contesti è il limite di verifica dell’applicazione effettiva dell’inclusion rider, perché festival e premi prendono l’impegno sulla carta, stendono linee guida, ma è poi difficile monitorare quanto e come dietro le quinte venga effettivamente fatto di ciò che è stato promesso, soprattutto perché si tratta di impegni non legalmente vincolanti.
Per questo è fondamentale il coinvolgimento di enti pubblici e istituzioni, nella direzione di stimolare l’adozione di questa e altre clausole DEI (diversity, equity and inclusion) attraverso per esempio incentivi finanziari alle produzioni che le includano nei loro progetti. Resta inteso che se le istituzioni, in quanto soggetti preposti a legiferare in tal senso, si muovessero a livello normativo, non si dovrebbe dipendere dalla bontà di iniziative sparse.
Nell’attesa, si può puntare sul potenziamento del monitoraggio indipendente con pubblicazione di report che illustrino quante e quali realtà rispettano le clausole, con statistiche a supporto.
Spesso a fare la differenza è la presenza di un soggetto famoso (attrice, attore, regista, produttrice o produttore) che abbia il potere contrattuale per negoziare e ottenere l’inserimento dell’inclusion rider nel proprio contratto di ingaggio.
Tra di loro figurano nomi come Michael B.Jordan, Brie Larson, Emma Stone, Ben Affleck e Matt Damon. Ma a far salire alla ribalta l’argomento è stata più di tuttə Frances McDormand, che ha usato nientemeno che il palco degli Oscar nel 2018, quando ha vinto il premio come Miglior attrice protagonista, per concludere il suo discorso con un lapidario: “I have two words for you tonight: inclusion rider”.
Una parentesi va riservata invece a Robin Williams il quale, molto prima che questi temi fossero di discussione quotidiana, utilizzava una sorta di inclusion rider di sua invenzione, obbligando la produzione ad assumere almeno dieci senzatetto nella crew di ogni suo film, aiutando così oltre 1500 persone lungo la sua carriera.
E in Italia?
Non esiste una situazione paragonabile agli States e al potere contrattuale delle celebrità d’oltreoceano, e le politiche di inclusione sono ancora in fase di sviluppo, spesso sperimentate da realtà piccole e indipendenti prima che da quelle più grandi, e in ogni caso troviamo più che altro buone pratiche e linee guida generali piuttosto che vere proprie clausole contrattuali.
Oltre alle risoluzioni adottate dai Festival di Venezia e Roma, ci sono alcune altre iniziative sul tema. Nel 2022 coi fondi PNRR è partito il progetto di ricerca “E|Quality – Strategies for meaningful inclusion in Italian cinema and television” che si prefigge di sviluppare “indicatori, linee guida e strumenti di valutazione e autovalutazione” per il cinema e le serie, con riferimento ad onscreen, offscreen e accessibilità al pubblico.
Ci sono poi iniziative come gli ormai noti Diversity Media Awards, che premiano rappresentazioni inclusive della società nei vari media tra cui cinema e TV, nelle categorie di: genere, identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, aspetto fisico, etnia, età e generazioni, disabilità. La stessa Fondazione Diversity che organizza il premio produce anche un Diversity Media Research Report (2024) molto articolato in cui si analizza, col supporto dei dati, quanto i media italiani stiano includendo le diversità sopra elencate.
Chiudiamo con il Manifesto “Cast the inclusion” che nel 2019 le principali associazioni di settore del cinema italiano hanno prodotto per ispirare la cinematografia verso orizzonti di inclusione. I cinque principi che enuncia sono tanto semplici quanto icastici: raccontare la società contemporanea multiculturale multietnica, includere una pluralità di canoni estetici, rappresentare disabilità e malattie perché fanno parte dell’umanità, rappresentare persone di tutte le età, abbandonare la rappresentazione stereotipata di ruoli e classi sociali.





