Se parliamo di inclusività nel mondo del cinema, non possiamo lamentarci troppo: un po’ di diversità è stata presente da subito.
Considerando come punto di partenza la proiezione dei fratelli Lumière, la nascita del cinema è convenzionalmente datata al 28 dicembre 1895 e la prima donna a dirigere un film è stata Alice Guy-Blaché, già nel 1896 (ne abbiamo parlato qui).
Se il primo attore cinematografico è stato un uomo (François Clerc, sempre per i Lumière), nel cinema muto italiano dei primi del ‘900 le vere star erano donne: Francesca Bertini e Lyda Borelli.
Hattie McDaniel, nel 1939, è stata la prima donna afroamericana a vincere un Oscar, addirittura superando il primo uomo afroamericano, che fu Sidney Poitier nel 1963.
Troy Kotsur è un attore, regista e produttore sordo, mentre Noah Matthews Matofsky è stato il primo attore con la sindrome di Down in un film Disney: entrambi hanno contribuito ad aprire le strade dell’inclusione.
Il fatto è: una volta che le strade sono aperte, vengono poi percorse?
Parliamo di tempi recenti: il report “Entertainment Diversity Progress” redatto da Luminate (una piattaforma di raccolta dati sull’industria musicale e cinematografica), per esempio, ci dice che nel 2020, a seguito dell’uccisione di George Floyd e del movimento Black Lives Matter, il numero di personaggi di colore a ricoprire ruoli principali era salito al 17%, mentre nel 2022 è nuovamente sceso al 5,3%.
Insomma, alle strade non basta essere aperte, ogni tanto necessitano di una segnalazione extra (e sarebbe meglio non ci volessero situazioni estreme come il caso Floyd).
In argomento disabilità, poi, si incontrano altri intoppi.
Nel 1932 usciva Freaks, storico film di Tod Browning che mostra un circo in cui si esibiscono “fenomeni da baraccone”, ovvero diverse persone con anomalie fisiche, alla mercè del pubblico borghese e “normale”: la pellicola è unica nel suo genere e lo è ancora di più per il periodo storico, infatti i personaggi non vengono né visti con pietà né elogiati, ma semplicemente raccontati nelle loro vite quotidiane che, dietro le quinte, non differiscono tanto da quelle del pubblico.
Qual è la differenza con molti film che raccontano vite di persone disabili? Che gli attori di Freaks erano persone reali, esattamente così anche fuori dallo schermo.
Pensiamo a pellicole incredibili come Forrest Gump, Il mio piede sinistro o Rain Man: nessuno degli attori protagonisti è autistico, disabile o con ritardi cognitivi, questo è innegabile tanto quanto il fatto che le interpretazioni siano magistrali e abbiano conclamato il talento degli interpreti.
In ambito queer, tuttavia, Eddie Redmayne ha più volte dichiarato di essersi pentito per aver accettato il ruolo della pittrice transgender Lili Elbe nel film The Danish Girl, sostenendo che nell’industria cinematografica ci vorrebbero più uguaglianza e stesse disponibilità per tutt*.
Quindi, riassumendo, l’interprete deve sempre far parte della stessa categoria del personaggio interpretato?
Probabilmente non si può rispondere semplicemente con un sì o un no.
Quando è possibile, dovrebbe.
Se il ruolo è di donna, facciamola interpretare da una donna, essendoci tante attrici meritevoli.
Se il personaggio è di colore, selezioniamo un attore di colore, tra i tanti talentuosi disponibili.
Se si parla di persone trans, perchè il casting è rivolto anche ad attori e attrici non trans?
Sembrerebbe semplice ma forse un po’ tanto riduttivo.
Il lavoro attoriale, in fondo, presuppone proprio di riuscire a uscire dai propri panni per indossare quelli di qualcun altro e renderli il più credibili possibile, non di interpretare sé stess*.
Quello che serve, forse, sono più rappresentazioni e più possibilità: perché, per esempio, fino a che i personaggi disabili saranno una netta minoranza, solo poche persone disabili sceglieranno una carriera nel cinema.
Bisogna aprire le strade e poi mantenerle, renderle accessibili e accattivanti da percorrere, curarle, preservarle.
Ultima piccola considerazione.
Peter Dinklage è un attore statunitense di fama mondiale. Tra le altre cose, è affetto da nanismo. Non tutti i personaggi che ha interpretato, però, erano nani nella sceneggiatura iniziale: è stato scelto per il suo talento, non sempre solo per una sua caratteristica fisica.
Questo è un buon punto di partenza, no?
Pepita




