Femminismo intersezionale, antispecismo e sfruttamento (riproduttivo ma non solo) negli allevamenti, soprattutto in quelli intensivi

 

Abbiamo già parlato in precedenza, in uno dei nostri post vocabolario, del femminismo intersezionale: si tratta della versione più recente e di ampio respiro del movimento, che riconosce come la società umana e l’essere umano in primis siano sistemi complessi tali per cui le forme di discriminazione non si manifestano come compartimenti stagni ma si intersecano tra loro e vanno quindi combattute contemporaneamente: sessismo, razzismo, classismo, abilismo, omolesbobitransfobia, etc.. (es: una donna nera lesbica subisce sessismo, razzismo, lesbofobia: i tre piani si intrecciano tra loro)

Il femminismo del resto si pone come fine ultimo il raggiungimento di una società egualitaria, non violenta e inclusiva, perciò come si può procedere verso tale fine se non attraverso l’opposizione a tutte le forme di discriminazione, sottomissione e violenza che vi si oppongono? 

Ecco dunque che all’elenco dei temi di rivendicazione si sono aggiunte anche le istanze ambientaliste e antispeciste (che come vedremo sono strettamente legate tra loro): ambientaliste, perché è necessario rendersi conto di quanto sia urgente l’azione climatica così come la generale salvaguardia dell’ambiente, per mantenere abitabile quella che è letteralmente la nostra unica casa; antispeciste, perché è scientificamente sbagliata la concezione piramidale che vede l’essere umano al di sopra di tutte le altre forme di vita esistenti sulla Terra secondo un antropocentrismo da delirio di onnipotenza che consegna all’essere umano il primato di valore tra le specie.

Siamo invece inseritə in un sistema circolare che funziona solo ed esclusivamente se resta in equilibrio: abbiamo ormai da tempo spezzato questo equilibrio e le conseguenze sono quotidianamente sotto gli occhi di chiunque. Centinaia di estinzioni dal ‘600 ad oggi, altrettante forme di vita a grave rischio di estinguersi, alterazioni di flora e fauna, sparizione di interi ecosistemi, avvelenamenti di falde e territori, solo per citare alcuni degli irreparabili danni che ha fatto la nostra presenza su questo pianeta.

Guidato da ingordigia, avidità e fame di potere, il sistema patriarcale non ha mai avuto la capacità di porsi un limite, di comprendere la delicata fragilità dell’equilibrio terrestre e ha continuato e continua tutt’ora a spremere fino all’ultima goccia ogni risorsa di cui la Terra dispone, del tutto incurante di star lentamente – anzi, ormai abbastanza rapidamente – scrivendo la parola fine sulla nostra sopravvivenza come specie. 

Di fronte a un simile panorama, capiamo come e perché sia importante il concetto di antispecismo e il suo inglobamento nel femminismo. Entrambi i movimenti puntano il dito contro le strutture di potere del patriarcato che, in base alle sue logiche di dominio maschile sul mondo, abbatte sia sugli esseri umani sia sugli animali e sulla natura una spirale di violenza e sopraffazione e li pensa come oggetti di sua proprietà e di cui disporre come vuole.

Da questa visione crudele e distorta del mondo animale derivano le estinzioni o quasi dei secoli passati, quando gli europei ovunque andassero cacciavano una specie fino a ridurla a un passo dalla scomparsa (un esempio su tutti: il bisonte delle praterie nordamericane contava circa 60 milioni di esemplari a fine ‘700; dopo un secolo, i coloni bianchi lo avevano ridotto a soli 541 individui, nel mentre che sterminavano anche i popoli nativi). 

Ma da questa visione deriva anche lo sfruttamento degli animali attraverso gli allevamenti. Sebbene l’allevamento sia attività antichissima con origini che si attestano intorno all’8500 a.C., quello che una volta poteva indubbiamente corrispondere a una necessità di sopravvivenza ed era condotto nelle quantità e nei limiti necessari a garantirla, a partire dal XX secolo ha preso un andamento sempre più deplorevole. 

Soprattutto dal secondo dopoguerra, per far fronte a un mercato in crescita e abbattere i costi di produzione (e qui il problema si interseca strettamente col capitalismo e torniamo al concetto di intersezionalità), si sono progressivamente rimpiazzati gli allevamenti estensivi, quelli cioè in cui gli animali possono muoversi liberamente in grandi pascoli, con i più remunerativi allevamenti intensivi, che sono un concentrato di crudeltà tutta umana. 

Qui gli animali sono rinchiusi quando va bene in recinti o capannoni in cui si trovano stipati l’uno contro l’altro, quando va male direttamente in gabbie; vengono alimentati con mangimi ben diversi da quello che troverebbero in libertà e i quali è capitato che venissero prodotti con materie prime assolutamente non adatte alla loro dieta (ricordate il “morbo della mucca pazza”? Si era diffuso a macchia d’olio perché il bestiame veniva nutrito con ossa triturate di cadaveri di altro bestiame malato, della serie “non si butta via niente”).

Nell’industria delle uova i pulcini maschi, inutili per produrre uova e inadatti anche alla produzione di carne perché non appartengono alla razza che si usa per tale scopo, vengono lanciati ancora vivi, appena nati, nei trituratori. Solo di recente l’Italia, dove circa 40 milioni di pulcini l’anno vanno incontro a tale morte, ha legiferato per vietare questa pratica, per abbandonare la quale le aziende hanno tuttavia tempo fino a fine 2026. 

I polli non fanno una vita migliore: la progressiva selezione di esemplari che crescessero sempre più velocemente ha fatto sì che si passasse da un chilo scarso di peso di un pollo degli anni Cinquanta a oltre 4 chili di un pollo di oggi, che raggiunge il suo peso massimo in meno di 60 giorni. Crescono così velocemente e in modo talmente sproporzionato che le zampe non hanno la forza per reggerli. Si trascinano quindi sulla terra dei capannoni, beccando il mangime da seduti e bevendo quel che riescono, in attesa di morire. Se mostrano più problemi di quelli considerati “normali”, vengono ammazzati a bastonate dagli addetti che quotidianamente eliminano la “merce difettata”. 

Quando leggiamo sulle uova “da allevamento in gabbie”, significa che le galline passano la loro vita costrette in gabbie grandi a malapena quanto loro, senza alcuna possibilità di muoversi. Ingannevole è anche la dicitura “da allevamento all’aperto” perché non significa che i volatili possono razzolare liberamente, ma indica invece un recinto coperto da tettoia che è a tutti gli effetti un allevamento intensivo.

Sorte analoga spetta ai maiali: anche per loro gli spazi sono terribilmente limitati e la vita-non-vita che fanno in allevamento li porta a un livello di stress così elevato che per la disperazione si tranciano a vicenda la coda, mordendola con forza. Per questo motivo ai maialini neonati viene amputata la coda senza anestesia, in modo che non possano ferirsi poi. Ecco la risposta capitalista di fronte alla sofferenza degli animali da sfruttamento: ancora più sofferenza. Anche in questo caso, solo di recente in UE si è legiferato per vietare la caudectomia (taglio della coda appunto), ma tra una proroga e l’altra la misura diventerà efficace non prima della fine del 2026.

Nel frattempo il modello intensivo a livello globale non accenna minimamente a calare, anzi. In Cina nel 2023 è stato inaugurato un enorme grattacielo di 26 piani dal sapore architettonico postsovietico, che ospita l’allevamento intensivo più grande del mondo: 650mila suini stipati in uno spazio ridicolo per così tante creature, per una produzione annuale di 1,25 milioni di capi macellati. Con un rischio epidemie altissimo proprio per via della concentrazione per metro quadro e altrettanti rischi di inquinamento, le immagini di questo luogo sono raccapriccianti. In rete si trovano video che mostrano la quantità di passaggi necessari per entrare e uscire da questa struttura: gli addetti entrano bardati come i sanitari in epoca Covid, e prima di uscire svolgono una complessa procedura di decontaminazione per evitare di veicolare patogeni all’esterno dell’allevamento. Una distopia che si fa realtà.

Parliamo dei bovini e dell’industria casearia. Per avere mucche da latte è necessario che le stesse siano incinte. Questo significa che per una produzione di livello industriale che soddisfi il consumo di massa, vengono ingravidate artificialmente a ciclo continuo. La prole viene loro sottratta subito dopo il parto, mentre alle loro mammelle vengono attaccate le mungitrici meccaniche. Le vitelline vengono tenute in vita e nutrite con sostituti del latte perché quello vero viene destinato a noi; loro faranno la fine delle loro madri e diventeranno centrali del latte. I maschi invece vengono messi in gabbie minuscole che impediscono loro di alzarsi e quindi di irrobustire i muscoli: in questo modo le carni restano tenere per incontrare i gusti del mercato, e a due settimane di vita vengono macellati. Né le madri né le figlie e i figli mettono zampa sull’erba di un prato in tutta la loro triste vita (avete mai visto il video di una mucca liberata che sente i fili d’erba per la prima volta sotto le zampe e il profumo di un prato nelle narici? Cercatelo). 

Dopo pochi anni di questo sfruttamento iperintensivo, le mucche esauste non sono più produttive e vengono mandate al macello. In questo crudele circo del profitto, i bovini, dotati di grande intelligenza e sensibilità, vivono in un vero e proprio campo di concentramento, privati di bisogni che per i mammiferi sono vitali, come il rapporto con la prole e la socialità tra membri del gruppo. 

A livello mondiale vengono allevati, fatti riprodurre e macellati per scopi alimentari oltre 92 miliardi di animali l’anno, contando solo quelli terrestri. Se consideriamo gli allevamenti d’acqua dolce e salata, dobbiamo aggiungere la spaventosa cifra di 109 miliardi di esseri viventi. E stiamo parlando solo di allevamenti, escludendo quindi gli animali cacciati o pescati. Oltretutto, se in passato si tendeva a considerare i pesci come esseri non senzienti e quindi a dare meno peso alla loro morte (a nostro avviso non è comunque minimamente una scusante per uccidere liberamente), la scienza ha poi fornito concrete prove del fatto che provino dolore, paura, stress, così come che attuino comportamenti sociali complessi e che siano in grado di apprendere. Anche in questo caso quindi dobbiamo essere consapevoli che siamo responsabili del dolore e della morte violenta di tutte queste creature.

Oltre quelli che abbiamo citato, vengono macellati anche cavalli, agnelli, capre, conigli, ma in altri paesi per esempio anche cani, e a fini non alimentari vengono allevati animali selvatici come, solo per citarne alcuni, pitoni e coccodrilli tenuti e fatti riprodurre in cattività per le loro pelli, o gli orsi asiatici costretti in allevamenti intensivi in cui passano tutta la vita in strette gabbie che ne impediscono i movimenti, con cateteri permanenti di estrazione della bile, utilizzata nella medicina tradizionale cinese (c.d. “fattorie della bile”).

Indubbiamente la sofferenza atroce e inenarrabile che patiscono questi animali è il primo fattore da considerare parlando di allevamenti, ma non sono da trascurare parecchi altri fattori: 

– la deforestazione che viene operata per far posto alle colture per produrre il mangime, con conseguente perdita di biodiversità e consumo di suolo: il 70% della superficie agricola mondiale è destinata a mangime per allevamenti, e per produrre 1 kg di carne servono circa 15 kg di vegetali con cui si fa il mangime. Se venissero destinati al consumo umano, questi 15 kg potrebbero fornire un apporto molto maggiore di proteine vegetali rispetto a un kg di carne e naturalmente sfamare molte più persone; 

– lo spreco idrico (secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media globale di un kg di carne bovina, per esempio, ossia la quantità di acqua usata in tutti i passaggi del processo produttivo, ammonta a circa 15mila litri); 

– l’alto tasso di inquinamento da polveri sottili (che si formano dall’ammoniaca prodotta dalle deiezioni e dai fertilizzanti); 

– la produzione di CO2 e di metano dovuto alle emissioni digestive dei ruminanti (gas serra climalteranti). Per fare un esempio nostrano, in Pianura Padana, dove abbondano gli allevamenti intensivi così come l’inquinamento atmosferico, Legambiente rileva che le emissioni di ammoniaca e polveri sottili dovute agli allevamenti superano quelle del traffico veicolare.

Infine vale la pena considerare un ulteriore risvolto di questi luoghi di morte. Chi ci lavora sta male. Infliggere dolore e morte continuamente, sebbene “autorizzati dalla società”, porta a sviluppare gravi problemi di salute mentale come depressione e PITS (stress traumatico indotto dalla perpetrazione), ossia una forma specifica di disturbo da stress post-traumatico che si manifesta in chi ha dovuto ripetutamente compiere atti di uccisione o tortura, i cosiddetti “perpetratori”. Le conseguenze sono isolamento sociale, comportamenti lesivi o autolesivi, forme profonde di dissociazione, inevitabile per potersi distaccare emotivamente e adoperare violenza quotidianamente verso creature inermi ma poi condurre una vita “normale” fuori dal lavoro. Una ricerca del 2009 mostra addirittura come, nelle zone dove hanno sede i mattatoi, si registri un più alto tasso di violenza generale nella popolazione.

E il tasso di suicidio tra chi lavora negli allevamenti è di sei volte più alto rispetto a tutti gli altri settori. 

Nonostante tutto quello che abbiamo descritto, il settore zootecnico è quasi ovunque quello che beneficia maggiormente di fondi pubblici. Italia e Unione Europea non fanno eccezione. Certo, la UE ha emanato norme su norme negli ultimi decenni, sia nell’ordine di garantire la sicurezza dei prodotti e una maggior tutela degli animali nel tentativo di evitar loro sofferenze inutili, sia nell’ordine di limitare l’impatto ambientale. 

Ma c’è davvero una norma che possa rendere accettabile dal punto di vista etico e morale una catena di montaggio che produce dolore su dolore, morte su morte?

Questo sistema di produzione industriale massiva che prospera mediante lo sfruttamento e l’uccisione indiscriminata di tutti questi esseri viventi non è più sostenibile e difendibile in alcun modo. 

Qui ci viene in soccorso l’antispecismo, che dichiara che tutti gli animali, umani e non umani, hanno lo stesso diritto alla vita e a non vedersi infliggere dolore; che gli animali umani non sono moralmente superiori agli altri animali, e che per questo non hanno il diritto di sfruttarli o disporne come fossero oggetti di loro proprietà. 

Il femminismo, infine, rilegge e rafforza le istanze antispeciste, identificando nello sfruttamento delle vite animali i contorni inconfondibili del sistema patriarcale e il suo metodo oppressivo e violento, che pur in contesti diversi esplica sempre il medesimo modus operandi.

Per cambiare le cose dobbiamo essere noi per primə a muoverci: non importa da dove si parte, non importa se non siamo già perfettə veganə, quello che importa è cominciare a fare qualcosa: ridurre il consumo di prodotti derivati da animali, informarsi sulle alternative vegetali, confrontarsi con le altre persone, passare parola.

 

“Se i macelli avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani” (Lev Tolstoj)


Claude

 

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